La città dei matti. Con questo nome era conosciuta, fino a poche decine di anni fa, Pergine Valsugana. Una città il cui paesaggio, reale e simbolico, era dominato dal manicomio, un luogo senza nome, come tutti i manicomi, un luogo della vergogna, che per oltre un secolo ha ospitato gente di lingua e cultura diverse, italiani e tedeschi, ma anche ladini e mocheno-cimbri. Da qui Pergine Spettacolo Aperto vuole partire per proporsi come contenitore di sperimentazione creativa e di produzioni artistiche connesse a vario titolo con la devianza, il disagio e la marginalità. Dall’edizione 2007 il festival si fa carico di un compito arduo quanto ambizioso, ovvero mantenere viva l’attenzione su temi “scomodi”, ospitando mostre, rassegne cinematografiche, spettacoli teatrali e di danza, incontri pubblici, produzioni musicali, workshop e altre iniziative riconducibili ad ambiti disciplinari differenti. Tutto questo in sintonia con la vocazione originaria e più genuina del festival, che da oltre trent’anni trae la sua linfa vitale dal luogo che lo ospita. Potremmo definirlo una sorta di debito culturale nei confronti di ciò che ci circonda e verso noi stessi: andare a riprendersi un’identità, riscoprendo spazi nascosti della mente e del paesaggio urbano.